La via della forza. di Andrea Panatta

Anakin: «Ma era prigioniero e disarmato. Non dovevo, questo non è da jedi».
Palpatine: «È del tutto normale, lui ti ha mozzato un braccio e tu ti sei vendicato».

 

Il discorso di Palpatine può essere sensato e convincente agli occhi di coloro che non hanno intrapreso un percorso di crescita personale.
È del tutto normale rispondere all’odio con l’odio, alla violenza con la violenza, e giudicare male tutto ciò che non si accorda con la propria struttura di riferimento. È del tutto normale vendicarsi di chi ha ferito noi o coloro che amavamo. Lo è per l’ego.
Prima o poi, però, arriva un momento nel quale ci rendiamo conto che tutto ciò è privo di senso. Per quanto ci si sforzi di ignorare il principio di azione-reazione (karma), per quanto in molti si siano impegnati nel tentativo di confutarlo e svalutarlo, esso diventa drammaticamente evidente quando il livello di forza cresce oltre una certa soglia. A quel punto non possiamo più ingannarci. Sappiamo, perché lo percepiamo direttamente e ne abbiamo la prova (e non solo per averlo letto su un libro), che reagire a una provocazione esterna significherà soltanto perpetuare l’energia che sottende a quel fenomeno. Perpetuandone l’energia, non faremo che spargere i semi per nuovi conflitti e nuovi disastrosi eventi futuri, uguali nei contenuti e nell’energia, a quelli che abbiamo già vissuto, a quelli che la nostra genealogia ha vissuto prima di noi.
Fortunatamente abbiamo sempre una scelta, che può essere resa più o meno facile dalle condizioni esterne, dalla quantità (e qualità) di lavoro che abbiamo fatto su noi stessi, da quanto siamo disposti a uscire dalla polarizzazione del nostro unico e speciale modo di vedere la vita. E la nostra decisione potrebbe portarci a disobbedire a quelle figure di autorità cui abbiamo giurato fedeltà e dedicato anni della nostra vita, siano esse autorità nel campo della crescita personale, oppure genitori, insegnanti o mentori di ogni genere. Costoro, proprio in virtù della loro posizione di autorità, hanno la possibilità di veicolarci principi contrari a ciò che la nostra voce interiore ci sta suggerendo, e ci chiedono adesione e fedeltà perché questo dà loro energia.
L’ego (il lato oscuro) è in perenne competizione per accaparrarsi energia sottraendola al mondo esterno (come abbiamo detto, sotto forma di attenzione, attraverso il bisogno di discepoli, ammiratori, seguaci). Dobbiamo quindi avere il coraggio di disobbedire a ciò che ci viene venduto come giusto o necessario, allorché non ci convince fino in fondo. Le cose sarebbero forse andate diversamente se Anakin avesse disobbedito a Palpatine, se ne avesse avuto il coraggio. E chissà cosa accadrebbe a noi se imparassimo a dire di no a tutta quella serie di ricatti e contratti che ci legano alle nostre figure d’autorità esterne e interne in questo doppio legame perverso.
Chissà che cosa accadrebbe se imparassimo a disobbedire e gradualmente a rinunciare a tutti quegli impulsi che sorgono da chissà dove e che riteniamo normali perché così ci hanno insegnato. Impulsi come la vendetta, la giusta indignazione, la gelosia, il possesso, che crediamo siano una parte essenziale del senso di identità di ciascun essere umano. Durante le prove, quando l’imperatore dentro le nostre teste sussurra «Uccidilo!», abbiamo la possibilità di interrompere una catena di azione e reazione che si protrae dalla notte dei tempi. Siamo la possibilità che viene offerta a un’intera genealogia di riscattare la stoltezza di un comportamento che si è protratto attraverso le ere e, ogni volta, riviviamo simbolicamente quel conflitto, o un aspetto di esso, affinché possiamo scegliere diversamente e cambiare la nostra linea di vita. Ecco quanto è potente la decisione. Quella voce che sussurra «Non dovrei» è probabilmente la nostra parte più saggia, la nostra voce interiore, con la quale ci troveremmo a fare i conti nel caso decidessimo di scegliere di cedere al lato oscuro. «Non dovevo, questo non è da jedi».
Mi sono chiesto tante volte se sia possibile conoscere in anticipo quale sia l’azione giusta da compiere in caso di conflitto interno o esterno. Dopo anni, sono giunto alla conclusione che è semplicemente impossibile saperlo prima, a meno di non riuscire a vivere perennemente in uno stato di coscienza così elevato e stabile da essere in grado di percepire ogni minima vibrazione energetica con estrema lucidità e precisione. È possibile avere momenti di grande chiarezza, nei quali il senso delle proprie azioni e le loro conseguenze ci sono estremamente chiari; ma è anche vero che abbondano i periodi in cui questa chiarezza può essere meno di un lontano ricordo.
Dovremmo allora fermarci, se possibile, e non agire fino a quando non avremo di nuovo ritrovato la centratura, finché non saremo fuori dalla morsa delle emozioni. L’ideale sarebbe poter agire sempre per ispirazione. Molto più spesso, però, saremo chiamati ad agire con urgenza, muovendo da stati interni di confusione, di identificazione con il dolore, mentre la vita potrebbe richiedere un’azione immediata, al punto che l’unica strada sensata da percorrere sarà agire senza pensare.
Dobbiamo accettare che non siamo perfetti e che non potremo mai compiere solo ed esclusivamente azioni ispirate o giuste. Potremo però, dopo ogni azione, osservare il nostro stato interiore e valutare gli effetti di ciò che abbiamo compiuto dal grado di armonia che ha prodotto in noi stessi e negli altri. Il lato oscuro crescerà tutte le volte in cui abbiamo deciso in suo favore e agito di conseguenza, senza preoccuparci, né prima né dopo, di spogliarci dell’impeto delle emozioni. Senza preoccuparci, né prima né dopo, delle conseguenze delle nostre azioni.

(estratto dal libro: La via della forza, Spazio Interiore Edizioni)