Da cuore a cuore

Rendi conscio il tuo inconscio, altrimenti lui comanderà la tua vita e tu lo chiamerai destino” (Carl Gustav Jung).

A me piace dire che, “il destino è già scritto, ma è anche totalmente riscrivibile”.

Basterebbe prendere coscienza del fatto che c’è, in ognuno di noi, una parte di noi stessi, che silenziosamente determina tutto, anche ciò che chiamiamo destino.

A guardar bene però in realtà è tutt’altro che silenziosa, essa a volte urla fino a far vibrare il nostro corpo, fino a farci male, a volte urla così fortemente fino a farci anche ammalare.
Urla forte ogni volta che viviamo una forte tensione, ma non lo vediamo, ci spremiamo come limoni fin dentro l’anima e non ci accorgiamo di nulla perché la nostra attenzione non è in noi, ma là fuori in qualcosa “che ci mette in crisi” procurandoci tensione interiore.
Vediamo a volte il nostro malessere ma poi lo rapportiamo a quello che sta succedendo fuori, credendo che la causa sia lì fuori.

 

Perché non riusciamo a vederla e sentirla nella sua origine in noi stessi?
Perché non riusciamo a prendere coscienza di questa parte di noi così determinante nella vita?

 

Siamo strani. Vediamo e cerchiamo di conoscere tutto quello che c’è fuori di noi e spesso non conosciamo affatto noi stessi, al massimo sappiamo più o meno come reagiamo di solito alle varie “situazioni della vita” e credendo di conoscere il nostro modo di reagire ci illudiamo di conoscere noi stessi.


Ignoriamo totalmente la causa profonda delle nostre reazioni, pensiamo che il nostro modo di reagire corrisponda esattamente al nostro modo di essere, non abbiamo coscienza della causa profonda del nostro modo di reagire, del nostro modo di camminare, del nostro modo di parlare, di scrivere, di gesticolare e muoverci del nostro modo di stare al mondo, ignoriamo le cause di questa cosa che erroneamente definiamo il “nostro modo di essere”.

 

(Giordano Bruno 420 anni fa disse:

Che ci piaccia o no, siamo noi la causa di noi stessi. Nascendo in questo mondo cadiamo nell’illusione dei sensi, crediamo a ciò che appare. Ignoriamo che siamo ciechi e sordi. Allora ci assale la paura e dimentichiamo che siamo divini, che possiamo modificare il corso degli eventi, persino lo zodiaco).

 

(Essere o non essere) ?

Sono fatto così… lui è fatto così… lei è fatta così… Loro sono fatti così… noi italiani, noi africani, noi americani ecc. siamo fatti così…

 

Quante volte l’abbiamo detto?
Quanto ci crediamo profondamente?

 

Se non prendiamo coscienza di questo aspetto profondo di ognuno di noi, non andremo mai da nessuna parte, vivremo eternamente come in una gabbia per criceti a correre come matti nella ruota che sta sempre lì e che erroneamente crediamo sia “la ruota della vita”.
Negli ultimi decenni abbiamo solo modificato la gabbia, non c’è stata una vera evoluzione dell’umanità perché sostanzialmente abbiamo continuato a reagire invece di agire.

Viviamo in un mondo tecnologicamente avanzato, ma non vediamo che pur essendo qualcosa di moderno, è rimasto sempre una gabbia per criceti.


Le gabbie antiche avevano la ruota fatta di fil di ferro, queste moderne sono di titanio o fibra di carbonio o plasticaccia e magari adesso abbiamo anche il maxischermo davanti alla ruota, “ma sempre una gabbia per criceti è rimasta” e noi indipendentemente da quanto è moderna, la utilizziamo sempre allo stesso modo.

Dire “io sono fatto così” è forse la peggiore condanna che infliggiamo alla nostra anima e al nostro inconscio.

Sono fatto così significa aver rinunciato alla possibilità di vedere noi stessi, significa che non ci riusciamo, non riusciamo a vedere dentro noi stessi, non riusciamo ad ascoltare la nostra anima, il nostro bambino interiore, non riusciamo a capire perché non sappiamo reagire diversamente o, ancora meglio, perché non riusciamo a rinunciare al bisogno di reagire, molto spesso dimentichiamo o addirittura ignoriamo del tutto che c’è una profonda differenza tra agire e reagire.

 

Eppure loro urlano quotidianamente, si fanno sentire attraverso le nostre sensazioni interiori, attraverso ciò che proviamo dentro di noi, in noi stessi, nel nostro corpo, nelle nostre sensazioni profonde, nella nostra vita quotidiana, sempre, ovunque.

 

Perché non riusciamo a prenderne coscienza?

 

Forse l’inghippo sta nella cultura popolare dalla quale siamo stati allevati, una cultura duale che ancora non riesce a concepire l’idea che, oltre a “questo o quello”, può esserci una infinità di altre opzioni, una cultura che ci ha insegnato a vedere tutto in relazione a qualcos’altro o qualcun altro ma mai in relazione a noi stessi.

Una cultura secondo la quale dobbiamo sempre essere migliori degli altri, mai qualcuno che ci avesse detto che “SE” dobbiamo migliorare qualcosa, dobbiamo farlo solo rispetto a noi stessi, che comunque sarebbe stato ancora sbagliato, ma almeno avrebbe finalmente dirottato la nostra attenzione nel luogo giusto, avrebbe riportato finalmente la nostra attenzione in noi stessi.

 

Perché sarebbe stato comunque sbagliato?


Semplicemente perché ciò che facciamo, qualunque cosa, ci mostra qualcosa di noi stessi in profondità, indipendentemente da cosa facciamo.

Cambiare un comportamento per “vivere meglio” equivale a rifiutare l’ascolto di quella parte di noi che, attraverso il nostro “comportamento sbagliato” sta cercando di farsi vedere, sta cercando di mostrarci qualcosa del nostro essere profondo, qualcosa che è in noi ma che dentro di noi non riusciamo a vederlo e per questo motivo è stato proiettato fuori, nel nostro comportamento, nella nostra vita sociale, nel nostro modo di stare al mondo.

 

Hai presente il vizio del fumo? Il vizio del gioco? Il vizio del bere troppo? Il mangiare troppo? Il mangiare schifezze saporite e tanti altri “vizi” o caratteristiche personali che sarebbe bene cambiare?

 

Perché non riusciamo a liberarcene?
Chi, ci tratta come marionette quando arriva l’ora del vizio?

 

Sembra impossibile liberarsi da certe cose che con il tempo sono anche diventate abitudini, eppure non è così, anzi, sarebbe potenzialmente facile se non fossimo stati indottrinati a guardare fuori da noi stessi.

 

Ogni volta che ci immergiamo inconsapevolmente nel nostro comportamento abitudinario “sbagliato” e viziato, nel nostro comportamento che vorremmo scardinare, avviene qualcosa in noi che dovremmo “vedere in un certo modo”.

 

Burattini e burattinai

 

In certe condizioni diventiamo letteralmente delle marionette docili e ubbidienti, perdiamo la nostra forza di volontà, essa scompare letteralmente, a volte proviamo a lottarci contro, cerchiamo chi manovra i nostri fili, cerchiamo un puparo dentro chi ci ha offerto i mezzi per manifestare i nostri vizi, nel governo che non abolisce le sigarette o le macchinette mangiasoldi, o nei medici che non hanno scoperto una medicina che libera dalle dipendenze, o in tanti altri personaggi esterni, ma il puparo non è fuori di noi, il puparo è in noi stessi, è quella parte inascoltata di noi stessi.

 

Lui però, il puparo interiore, non dà esattamente l’ordine di fare quello che facciamo, non muove esattamente le nostre braccia e le nostre gambe, lui non controlla esattamente i nostri movimenti.
Lui, il puparo interiore, in realtà ci mette solo una carotina davanti alla mente e con questa cerca di attirare la nostra attenzione, lui fa solo in modo che facciamo qualcosa che possa amplificare la sensazione interiore che non riusciamo a cogliere, che non riusciamo a vedere e sentire in noi stessi.


La carotina appunto, è quella sensazione “silenziosa” che ci viene messa davanti e che non ci fa vedere più la realtà materiale per quella che è ma ci modifica la percezione di tutto facendoci creare un film mentale indipendente dalla realtà, che dalla realtà prende solo ciò che può servire ad alimentare la sensazione profonda che è lo scopo del nostro personale film interiore, un film emotivo, fatto solo di sensazioni che cercano disperatamente di diventare i protagonisti della tua attenzione mentre tu invece continui a vedere il personaggio, l’attore nel quale si sono impersonificate per mostrarsi a te.

 

Ogni ulteriore cazzata che facciamo “nella nostra vita abitudinaria”, ma anche ogni nostra ribellione a noi stessi o ogni ribellione esterna, per esempio contro qualcosa del sistema, non fa altro che acuire la sensazione interiore che sentiamo sempre più fortemente in noi stessi ma non ne prendiamo coscienza, è questo ciò che ci guida facendoci fare di volta in volta errori su errori, sempre peggiori, la ricerca di qualcosa che ci faccia sentire quella sensazione interiore di cui, come già detto, non riusciamo a prendere coscienza all’interno di noi stessi.

 

Per esempio, il sentirsi giudicati “dagli altri”.
Quando ce ne accorgiamo, spontaneamente cominciamo a comportarci in un modo tale da evitare di “scatenare” il giudizio altrui, ma cosa sta succedendo in realtà?


Succede che il nostro comportamento e tutto ciò che facciamo risultano falsati, non è più spontaneo, non è più lineare e questo al esterno trasmette incoerenza, cosa che dagli altri, non sapendo della nostra paura di essere giudicati, non sapendo dell’intenzione che ci fa muovere e parlare in quel modo “anomalo” viene percepito come incoerente e, nella loro interpretazione, apparirà come falsità.


Quando cerchiamo di non comportarci in un certo modo, quando cerchiamo di sfuggire al “nostro modo di essere”, pur con le nostre migliori intenzioni noi trasmettiamo incoerenza che inevitabilmente innescherà il giudizio nei nostri confronti da parte di chi ci vede e ci ascolta. In questo modo si confermerà ciò che temevamo e credevamo, “tutti mi giudicano”.

(Incontrerai il tuo destino sulla strada che avevi scelto per evitarlo)

 

Quando cerchiamo di non fluire nel nostro “spontaneo modo di essere”, seppur sbagliato, quando cerchiamo di correggere il nostro comportamento senza scendere, “indagare e fare esperienza totale” nelle cause profonde di noi stessi, le scelte che faremo, perfino quelle apparentemente più logiche e razionali, quelle “a prova di errore” finiscono sempre per produrre qualcosa di sbagliato perché non rispondono alla logica, ma al bisogno di sentire qualcosa dentro di noi di cui ancora non abbiamo preso coscienza.


Nella realizzazione di ciò che faremo riusciremo sempre a metterci un sottile errore di fondo (un auto-sabotaggio) per produrre un risultato finale che, indipendentemente da come andrà, avrà la capacità di acuire la nostra sensazione interiore predominante, quella sensazione che sostanzialmente è ciò che sta determinando tutto, sia che l’accettiamo, sia che ci impegniamo a evitarla.

(Puoi scappare da tutto, ma non scapperai mai da te stesso).

 

L’inconsapevole bisogno di sentire la tua sensazione interiore “preferita” ti sballotta da una situazione all’altra creando situazioni concatenate a volte anche in modo raffazzonato pur di farti trovare sempre più frequentemente in coerenza con essa, con la sensazione interiore che ti domina e che inconsapevolmente ti ostini a non vedere.


Dovremmo cominciare a vedere il mondo materiale come un teatrino e gli accadimenti reali come sceneggiature atte a creare stati d’animo prima di essere azioni concrete e mirate a fare qualcosa di materiale e tangibile.

La parte materiale è quella che è, è reale e nessuno deve dire il contrario, ma lo scopo principale per il quale ci impegniamo a plasmarla quotidianamente con il nostro operato non è materiale, è soprattutto emotivo.

 

Ciò che ci dà la forza di muoverci, la volontà di fare, è una spinta emotiva non un ragionamento logico.

 

Se tra le tante spinte emotive che ci animano c’è anche qualcosa di insano e se per qualche motivo dovesse prendere il sopravvento, qualunque cosa faremo assumerà lo scopo di farci sentire quella nostra “insana emotività profonda” contaminando anche la materialità che ci circonda o che stiamo creando con il nostro operato quotidiano, nella famiglia, nel lavoro, nelle relazioni, in ogni cosa.

 

Potremmo fare la cosa migliore del mondo, ma se per esempio, comincia a prevalere l’insoddisfazione, indipendentemente dal risultato magari anche obiettivamente eccellente, in noi ogni cosa che faremo ci farà sentire comunque insoddisfazione e lo stesso vale per ogni altro tipo di emotività profonda che ci chiede di essere vista, sentita, compresa, vissuta pienamente e coscientemente.

 

E allora, come se ne esce?

 

Bisogna comprendere la trascendenza.

 

Trascendere significa attraversare, significa immergersi totalmente in qualcosa.

A volte può sembrare assurdo, in certe circostanze può sembrare pazzesco ma è questa l’unica via che risolve la inconsapevole necessità di ripetere le stesse cose dannose di sempre.

 

Potremmo spiegare la trascendenza in modo elementare come il fare una scorpacciata, una abbuffata, fare il pieno fino all’orlo, saturarsi totalmente di questa sensazione, della sensazione che ci trasmette ciò che facciamo fino a quando si esaurisce e non trasmette più nulla.

 

La trascendenza è l’immersione totale, senza alcuno sconto dentro la sensazione che stiamo sentendo.

 

È perfino il contrario del tanto blaterato “lasciare andare”.

 

La trascendenza è la scelta di fare l’esperienza del momento, soprattutto nella parte sensoriale in modo totale, completo, assoluto, è il portare la tua attenzione totalmente a te stesso, in una condizione di mente silenziosa e dedita solo allo stare presente a ciò che dentro di te sta accadendo ora.

 

Non è un uscire dalla realtà ma al contrario è un immergersi totalmente soprattutto nella parte sensoriale di ciò che sta accadendo, guardandola però da dentro a cominciare da dentro te stesso.

 

Sei tu la causa di tutto, ti basta vederlo nel giusto modo e questo non è una colpa, ma una presa di responsabilità, l’unica strada che consente di acquisire potere nella propria vita.

Se sei vittima, la responsabilità non è tua, ma tu come tale ti impegni inconsapevolmente a continuare a recitare la parte della vittima e solo il responsabile, seppur “colpevole” avrà il potere di cambiare le cose.

Se invece tu ti prendi la tua parte di responsabilità seppur a volte minima, tu avrai acquisito un po’ di potere in ciò che stai vivendo.

Non è facile uscire dall’abitudine acquisita di “ragionare”, di pensare, di spiegare le cose, ma è questo ciò che bisogna fare per arrivare alla trascendenza delle cause interiori che ci tengono in questo mondo in modalità marionetta.
C’è però un modo per riuscire a calmare la laboriosità della mente, bisogna darsi un intento ben preciso, bisogna fare questo lavoro interiore con l’intenzione di fare l’esperienza completa di ciò che ci sta succedendo dentro.

 

Di solito si fanno percorsi di autoconoscenza con l’intenzione di sistemare le cose della vita, per migliorare le relazioni, per trovare l’anima gemella, per guarire la vita o la salute, per fare soldi, insomma, per sistemare le cose, ma questo approccio non può dare un risultato vero perché sbatte violentemente il muso contro la realtà.

 

La realtà è che tutto quello che ci accade l’ha creato o scelto o voluto il nostro inconscio e la nostra anima, se noi facciamo un lavoro in profondità per eliminare la manifestazione esteriore che ci opprime, per fermare i problemi che ci pressano, stiamo dicendo al nostro inconscio e alla nostra anima che non vogliamo più sentire ciò che questa situazione ci trasmette e con questo gli urliamo che non vogliamo dargli ascolto, gli diciamo VATTENE VIA!, stiamo facendo esattamente il contrario di quello che loro vogliono.

 

L’anima ha scelto di fare una serie di esperienze nella materia attraverso la tua vita quotidiana e materiale.

Ciò che stai vivendo è una scelta della tua anima.

 

Se rifiuti di farne l’esperienza completa, lei non riuscirà a fare la sua parte di esperienza e questo la “costringerà” a ripetere l’esperienza più volte e ogni volta con un carico emotivo profondo sempre più forte, sempre più pressante.

 

Avrai notato che certi problemi opprimenti con il tempo diventano sempre peggiori! Magari il problema in sé spesso resta uguale, ma la tua percezione può arrivare a livelli insopportabili.

 

La tua percezione.


La tua percezione della vita, la percezione che hai in te stesso è ciò che accade veramente. Ciò che invece accade al di fuori di te in realtà è solo una manifestazione materiale che ha il compito di amplificare la tua percezione interiore.

Quello che accade fuori di te è assolutamente reale, ma la causa è in te stesso.

 

Quando tu ti fermi e ti permetti di fare pienamente l’esperienza completa del momento, la tua anima e il tuo inconscio finalmente faranno, attraverso te, la loro esperienza completa e questo spegnerà finalmente il bisogno inconsapevole di andarti a cacciare continuamente in quelle situazioni che servivano a farti sentire quella sensazione che hai finalmente trasceso.

 

Quindi, con quale intenzione è saggio approcciarsi all’esperienza interiore?

 

Semplice”, con l’intenzione di fare l’esperienza completa di ciò che sta accadendo in te stesso ora, indipendentemente da quello che accadrà dopo aver fatto tutta l’esperienza.

 

Accadrà sicuramente qualcosa di buono, probabilmente non quello che ti aspettavi, ma qualcosa di buono e concreto inevitabilmente accadrà nell’immediato o comunque a breve termine.

 

Ciò che accade quotidianamente è un insieme di sensazioni interiori prima di essere un insieme di fatti concreti.

 

Ciò che determina la parte materiale della vita è la sensazione interiore che ci trasmette, le scelte le facciamo soprattutto in base a ciò che interiormente ci aspettiamo, anche se molto raramente ce ne rendiamo conto.

Impariamo a fare questa esperienza immersiva, interiore, quotidianamente o almeno ogni volta che ci accorgiamo di un evidente disagio interiore.

Ma, se ogni giorno, almeno un paio di volte al giorno ci fermassimo ad ascoltare in noi qualcosa, qualunque cosa volesse emergere e lasciarsi “vedere e sentire”, senza alcuna aspettativa; senza rendercene conto in poco tempo inizieremmo a vivere meglio, si svilupperà la compassione vera e matura, quella compassione che spegne ogni rancore, che mette anche il più inconsapevole essere umano davanti a se stesso senza giudizio, solo nella verità di sé stesso nel momento presente.

 

Questo accadrà perché noi per primi avremo imparato, o meglio, re-imparato a farlo.

 

Questa è la base migliore per creare un mondo che non condanna nessuno ma che permette a chiunque di redimersi da sé.

 

Con Amore incondizionato, Giuseppe Lembo.