De jà vù

De jà vù.

Ogni cosa della vita è determinata da una parte profonda di noi stessi.
Il nostro inconscio e la nostra anima hanno un “programma”, un “idea”, un “progetto”.

Non è esattamente un idea di qualcosa che deve accadere a livello materiale, anche se poi è nell’aspetto materiale che ne vediamo la manifestazione.

La loro idea, il loro programma “vive” al nostro livello emotivo, dentro il nostro “sistema emotivo”.
È in quel “mare emotivo” in cui tutti sguazziamo inconsapevolmente che si svolge tutto, indipendentemente da ciò che accade.

La nostra macchina bella o il nostro catorcio non sono lì per quel che vediamo ma sono così perché una parte del nostro sistema emotivo riesca a presentarsi alla nostra attenzione “in un certo modo”.
È una memoria emotiva d’infanzia che, attraverso le cose della nostra vita quotidiana prova a farsi vedere o meglio, a farsi sentire.

Sentire, già, farsi sentire.
Non si tratta di sentire un discorso, anzi, il “discorso mentale” che descrive ciò che “sentiamo” quando poniamo la nostra attenzione in qualcosa, sarebbe proprio da evitare come abbiamo già detto in un altro capitolo.

Vediamo e sentiamo solo le cose sulle quali riusciamo a metterci la nostra attenzione, ci sfugge tutto il resto.

Non solo, ma ciò che vediamo, lo “vediamo e sentiamo” a… “modo nostro” ed è qui che si inizia a parlare del de jà vù.

Il nostro modo di vedere e sentire le cose della vita determina anche il “come sentiamo”, il “come vediamo”.

A volte però accade che, spontaneamente comprendiamo qualcosa a livello profondo, quando questo accade cambia inevitabilmente anche il nostro modo di vedere le cose.

Quando cambia il nostro modo di vedere, anche ciò che in quel momento abbiamo davanti, iniziamo a vederlo in un modo nuovo.

In quel momento accade il fenomeno che conosciamo come de jà vù.

Cosa sta accadendo in realtà?

Nella realtà sta accadendo una sovrapposizione momentanea di due modi di vedere le cose, il tuo vecchio modo di vedere e il tuo nuovo modo di vedere.

Il vecchio modo di vedere va a spegnersi, determinando la sensazione di “esserci già stato”, “aver già visto”, “aver già sentito”; il nuovo modo di vedere la vita invece vi riporta al Qui&Ora, facendovi vedere ciò che c’è ora.

Nella parte materiale, nella scena che hai davanti non è cambiato nulla, ma nella tua percezione qualcosa non è e non sarà mai più come prima.

Il tuo inconscio e la tua anima hanno evidentemente completato un ricordo e non hanno più bisogno di focalizzare la tua attenzione come facevano prima, la tua “mente” è un po’ più libera, tu sei un po’ più libero.

Quando si fa AutoOsservazione profonda, con il giusto grado di attenzione, con la giusta alchimia emotiva, alla fine della “seduta” sarà inevitabile vedere nella vita quotidiana qualcosa di “nuovo”. Vedrai qualcosa che è sempre stato lì, davanti a te, ma non l’avevi mai notato o come minimo non l’avevi mai vista così.

Ogni volta che avviene una “comprensione profonda” cambia qualcosa nella nostra percezione del mondo, ogni volta che cambia la nostra percezione del mondo, cambierà anche il nostro modo di interagire, ogni cambiamento della nostra interazione con il mondo cambierà qualcosa nel mondo, forse qualcosa di infinitesimale, ma qualcosa cambia.
La consapevolezza del nostro cambiamento determinerà il tipo di cambiamento che abbiamo portato. E tutto questo è inevitabile, è la normale evoluzione della vita.

Se una comprensione profonda chiede di essere vista e sentita, e noi restiamo ciechi e sordi a questa richiesta della nostra anima e del nostro inconscio, loro dovranno “organizzarsi” per diventare più visibili, più “udibili”

Lo faranno inasprendo l’aspetto emotivo di ciò che stiamo vivendo e spesso lo faranno anche andando a portare quella stessa emotività in altre aree della vita quotidiana, contaminando sempre più aree fino a totalizzare la nostra emotività profonda, fino a far diventare, nella nostra percezione, tutto uguale, tutto brutto, tutto cattivo, tutto esattamente come quella emotivitàì ormai così evidente, ma non vista “nel giusto modo”.

L’ultimo atto è la somatizzazione in malattia.

 

(Parte di un testo più completo che forse diventerà un libro)